Come sono fatti i locali per pensare

Come sono fatti i locali per pensare

Via dalla pazza folla! Lontano dal rumore. Dagli assembramenti. Dalla musica a tutto volume. Rifuggendo i grandi schermi che inondano di immagini e suoni. Via dai luoghi dove necessita alzare la voce anziché  poter parlare normalmente. Socializzare. Scambiarsi pensieri. Idee. Sensazioni. Impressioni. Raccogliere i propri pensieri. Leggere, buttar giù appunti, scrivere. Nel silenzio. O, al massimo, nel parlottìo. Ma a bassa voce. Un semplice rifugio, un bisogno diffuso. E al tempo stesso una tendenza. Ma dove trovarli, nelle città? O nei paesi? Come individuarli dei locali simili?

A questo ci hanno pensato Francesca Silvestri e Valerio Corvisieri. Editrice indipendente, lei, storico con diversi saggi e articoli al proprio attivo, lui. Toscana che vive a Perugia, Francesca, romano trasferitosi in Toscana da una ventina d’anni, Valerio. Che spiega: “Il paradosso cui siamo giunti è che un tempo, quando si era in strada e si voleva parlare tranquilli con qualcuno, si diceva ‘andiamo dentro’; oggi, se sei in un locale, si dice ‘andiamo fuori’, perché dentro, per farsi sentire, bisogna gridare”. L’esempio è efficace, l’approccio filosofico molto semplice.

Perciò Francesca e Valerio, sollecitati anche da amici e conoscenti a mettere insieme un elenco di luoghi tranquilli dove poter pensare, sono rimasti fulminati quando, durante un incontro la scrittrice Dacia Maraini, invitata a presentare il libro su Luisa Spagnoli di Corvisieri, ha rievocato con nostalgia gli anni ’50 e ’60, l’età d’oro dei bar e dei caffè letterari, dando così vita a una comune riflessione sulla difficoltà di poter comunicare dentro i locali per come sono concepiti oggi. Ed stata la scintilla che ha dato il là a “Locali per pensare”. Prima una pagina Facebook, poi un sito per mettere “in rete” i locali che adottano questa filosofia, che ha un suo statuto rigoroso.

Per far parte di questa “rete”, i locali devono garantire d’essere “No musica ad alto volume”, “No maxischermo, tv, video con diffusione sonora costante, per eventi sportivi”.. Devono poi mettere a disposizione uno spazio minimo e utile per socializzare, il locale dev’essere “in sintonia con il territorio, con spazi per sedere intorno a un tavolo o parlare uno di fronte all’altro”. Devono offrire la possibilità di ospitare eventi culturali, giochi di ruolo e altre iniziative “per pensare” (l’opzione è facoltativa), offrire sorrisi e gentilezza a chi entra (facoltativo); per i ristoranti il menù deve essere “alla carta, di filiera corta e stagionale” (facoltativo) mentre per i bar è preferito il servizio al tavolo. Gradita è l’esposizione di libri, opere artistiche o altri oggetti “per pensare”. Un decalogo ferreo.

Sul sito ci si iscrive per due possibili forme di adesione: gratuita (Basic) o a pagamento (Plus, dai 50 ai 100 euro l’anno). Il sito e la pagina Facebook fanno da vetrina che promuove le iniziative culturali dei locali stessi. Come presentazioni di libri. Dibattiti. Reading e tutto ciò che chiama alla riflessione e non alla dispersione del pensiero o del dialogo. I locali che hanno aderito da aprile sono 86, coprendo 19 regioni. Cinque i locali che hanno optato per la formula Plus, tra bar, caffetterie, sale da tè, circoli culturali, enoteche, librerie e bistrot.

L’esigenza di potersi raccogliere sta diventando ormai un’esigenza sociale che coinvolge sempre più larghi , tanto che persone attente come il giornalista e scrittore Gianluca Nicoletti o come il professor Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, si sono accorti subito di questo fenomeno e l’hanno segnalato in modi diversi. Nicoletti con una videoanalisi sul sito de La Stampa ricorda che caffè, trattorie, osterie, enoteche, ristoranti “hanno rappresentato per tutto il ‘900 i luoghi privilegiati in cui si incontravano e si confrontavano gli intellettuali che hanno contribuito alla nascita di nuove correnti di pensiero, espressione artistica, evoluzione sociale”, Crepet dedicando l’incipit di un capitolo del suo nuovo libro, Libertà (Mondadori), in cui osserva che “si tratta di un’urgente occasione per riflettere sulla nocività di un lento, implacabile avvelenamento” dato da “il rumore che ha invaso ogni angolo e momento della nostra quotidianità” (…), un’invasione di chiasso che sembra escogitata proprio per inibire il sorgere di qualsivoglia pensiero, critica, ironia, autoironia, senza i quali non c’è, né ci sarà libertà vera”. E nel ricordare gli incontri spiati da giovane al Caffè Canova di Piazza del Popolo a Roma, tra Fellini e Mastroianni, scrive: “Ho spesso immaginato che La dolce vita sia nata anche grazie a quei tavolini (…), non un pensatoio separato dal mondo, ma un luogo di passaggio, come dovevano essere i pensieri di quei due grandi artisti”.

Hanno raccontato bene e in maniera molto suggestiva cosa hanno rappresentato i locali nello spirito di quegli anni, lo sceneggiatore e regista Ugo Pirro in Osteria dei pittori e l’attrice Paola Pitagora in Fiato d’artista, dieci anni a Piazza del Popolo (entrambi Sellerio). E, per dirla con il poeta Tonino Guerra, “bisogna creare luoghi per fermare la nostra fretta e aspettare l’anima”. Un’esigenza sempre più urgente.

Leggi l’articolo qui, fonte: https://www.agi.it/lifestyle/locali_per_pensare-6795894/news/2019-12-26/
Come mangeremo nel 2020

Cambiare modo di alimentarsi. È la scommessa per il prossimo futuro. Meglio, a partire dal gennaio. Per una questione che riguarda non solo strettamente la salute ma, al tempo stesso, anche l’impatto ambientale. Ne va della sopravvivenza di ciascuno di noi, intesi come singoli, ma anche della nostra Terra, intesa come collettività di donne e uomini. La quale Terra, per altro, come recitava un vecchio slogan ambientalista “è l’unica che abbiamo”. Quindi non sprechiamola. E difendiamola.

L’operazione “rigenerativa” scatterà pertanto già nel prossimo 2020, quindi tra poche settimane, e secondo gli esperti di Whole Food Market, la società americana acquistata da Amazon nel 2017, i trend del prossimo anno sono racchiusi in dieci grandi linee guida o filoni. E qui non si parla tanto di chef quanto di ingredienti. Ovviamente, buoni per essere utilizzati da tutti gli chef del mondo che vorranno attenersi a questo “manuale della cucina sana” quanto morigerata nelle combinazioni più diverse, originali e fantasiose.

E se si parla di prodotti, di ingredienti alla base di una cucina sostenibile, non si può che partire gioco forza dalla terra, intesa come suolo da coltivare: applicando quella che viene definita come agricoltura rigenerativa, in grado di recuperare i terreni esausti, quindi di restituirci super farine, di farci apprezzare sapori e gusti particolari, anche di Paesi a noi lontani, come l’Africa Occidentale ad esempio, inducendo un tipo di coltivazione in grado di migliorare la biodiversità nel suo complesso.

Perciò il 2020 sarà innanzitutto l’anno delle farine alternative e dei prodotti da forno. E ci sarà un sostanziale incremento – perché il mercato al consumo lo richiede – dell’uso di farine, diverse da quelle di tipo tradizionale come lo è, ad esempio, la farina di teff (senza glutine, è ottenuta dai minuscoli semi di un cereale originario dell’Etiopia e dell’Eritrea) o la farina derivante dalla frutta come la banana, il cavolfiore o di tigernut, che deriva dalle nocciole, ovvero zigolo dolce, tubero originario della Spagna, ma anche super farine, forti di fibre e proteine in genere.

Il trend cibo 2020 contempla perciò i sapori africani, che vedono l’uso sempre maggiore di Moringa, tamarindo, sorgo, fonio, teff, miglio, prodotti di base della cucina di Paesi come Niger, Senegal, Sierra Leone, Costa d’Avorio, Mali, Nigeria. Approdano pertanto sulle nostre tavole piatti tipici come il pollo yassa o il riso jollof.

Non si faranno mancare gli snack vegani o snack da frigo, freschi, morbidi e anche dolci come le barrette di granola. Perché la dieta vegana ormai sta facendo proseliti e impazza, insieme all’alimentazione di tipo vegetariano, nell’idea di ridurre il più possibile il consumo di carne anche per favorire il minor impatto sull’ambiente: cioè, meno carne ma di migliore qualità. Da allevamenti biologici, certificati o riconosciuti. Comunque garantiti.

Oltre la soia, andranno molto anche i prodotti vegetali in genere, con i fagioli verdi, i semi di canapa, quelli di zucca, di avocado, di anguria e l’alga clorella dorata. Non mancheranno le uova e i latticini vegetali, la salsa tahini. Tutti gli zuccheri alternativi con riduzioni sciroppose di frutta, il burro derivato da ogni genere di seme.

Quindi la tendenza 2020, in fatto di alimentazione, contempla anche i surrogati di carne con sostituti a base vegetale, che è anche stato uno degli argomenti tra i più discussi di questo anno 2019 che ci lasciamo alle spalle. E non mancano le esperienze concrete come dimostra l’hamburger vegetale ideato, messo in produzione e in commercio con successo da Burger King.

Bene, ma la vera tendenza delle tendenze gastronomiche del 2020 – nell’ambito del quadro appena delineato – sarà quella del healthy bowl. Ovvero il piatto unico,  che consolida il timido approccio avviato già l’estate scorsa con quella che è stata definita la “ciotola sana”, con dentro tutto, per un pasto completo, leggero, nutriente e saziante. Ma soprattutto gustoso.

Una soluzione che per altro va incontro alle esigenze di stili di vita in forte trasformazione dentro un mondo, stretto o costretto in tempi di vita e tempi di lavoro in continua mutazione e sempre più compressi. Dove slow e fast sono alternative di vita nette, che si contrastano e si combattono in duelli all’ultimo sangue.

Cosicché gli healthy bowl sono oggi anche il risultato di un matrimonio esclusivo quanto perfetto tra salute, gusto e bellezza insieme. Con alimenti naturali, biologici, ricchi di carboidrati a basso indice glicemico e a lento rilascio di energia, grassi buoni e fibra, con cereali integrali ma anche verdura, con largo uso di curcuma e utilizzo di avocado, che contribuiscono tutti insieme a mantenere in forma e allo stesso tempo in salute. E si possono preparare in casa come ordinare al ristorante o nei negozi dedicati.

Leggi l’articolo qui, fonte: https://www.agi.it/lifestyle/food_trend_piatto_unico-6780098/news/2019-12-23/

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